Esame del sangue per l’Alzheimer: novità, accuratezza e limiti della p-tau217

 

Esame del sangue per l’Alzheimer: cosa sappiamo davvero oggi

Negli ultimi anni si è parlato sempre più spesso della possibilità di diagnosticare la malattia di Alzheimer attraverso un semplice prelievo di sangue. Non si tratta soltanto di una prospettiva futura: alcuni biomarcatori ematici hanno ormai raggiunto livelli di accuratezza molto elevati e stanno iniziando a entrare nei percorsi diagnostici specialistici.

Questo non significa, però, che oggi sia possibile diagnosticare l’Alzheimer esclusivamente attraverso un esame del sangue, senza una valutazione clinica. Il cambiamento principale riguarda piuttosto la possibilità di identificare nel sangue alcuni segnali biologici associati alla malattia, riducendo in determinati casi il ricorso a esami più invasivi o meno accessibili, come la puntura lombare e la PET cerebrale. Gli studi più recenti indicano che questi biomarcatori possono migliorare significativamente l’accuratezza del percorso diagnostico, soprattutto nelle persone che presentano già disturbi cognitivi. 

Come viene diagnosticata oggi la malattia di Alzheimer?

La malattia di Alzheimer non coincide semplicemente con la presenza di difficoltà di memoria. Dimenticanze, rallentamento cognitivo o problemi di attenzione possono dipendere da molte condizioni differenti, tra cui disturbi del sonno, depressione, effetti dei farmaci, patologie vascolari, alterazioni metaboliche e altre malattie neurologiche.

Per questo motivo, il percorso diagnostico parte dalla ricostruzione della storia clinica e dall’analisi delle difficoltà osservate nella vita quotidiana. La valutazione neuropsicologica permette poi di misurare in modo sistematico memoria, attenzione, linguaggio, funzioni esecutive, abilità visuospaziali e altre componenti del funzionamento cognitivo.

Quando necessario, il percorso può includere esami di neuroimmagine, analisi del liquido cerebrospinale e biomarcatori capaci di rilevare la presenza delle alterazioni biologiche caratteristiche dell’Alzheimer, in particolare l’accumulo di beta-amiloide e tau. I biomarcatori ematici si inseriscono quindi all’interno di questo processo: non sostituiscono l’intera valutazione, ma possono renderla più accessibile, rapida e precisa.

Quali sostanze vengono ricercate nel sangue?

La ricerca scientifica ha studiato diversi biomarcatori:

  • le forme fosforilate della proteina tau, indicate come p-tau181, p-tau217 e p-tau231;
  • il rapporto tra beta-amiloide 42 e beta-amiloide 40;
  • la GFAP, associata soprattutto all’attivazione delle cellule gliali;
  • la NfL, o catena leggera dei neurofilamenti, che può indicare la presenza di danno neuronale, ma non è specifica per l’Alzheimer.

Tra questi, il biomarcatore che ha mostrato finora i risultati più convincenti è la p-tau217 plasmatica. Si tratta di una forma della proteina tau fosforilata in corrispondenza dell’amminoacido 217. Il suo aumento nel sangue è strettamente associato alla presenza della patologia amiloide e tau caratteristica della malattia di Alzheimer. 

Una grande revisione sistematica con meta-analisi pubblicata su The Lancet Neurology nel 2025 ha riunito 113 studi, per un totale di 29.625 partecipanti. Tra le diverse forme di tau fosforilata, la p-tau217 è risultata quella con le migliori prestazioni nell’identificare l’Alzheimer definito attraverso biomarcatori biologici. La sensibilità complessiva è stata dell’88,1% e la specificità dell’88,7%. In termini semplici, il test è risultato molto accurato, anche se non infallibile. 

Perché la p-tau217 rappresenta una novità importante?

I primi studi sulla p-tau217 erano stati condotti soprattutto in centri di ricerca altamente specializzati e su gruppi di partecipanti molto selezionati. Una delle questioni più importanti era quindi capire se il biomarcatore mantenesse la stessa efficacia nei normali contesti clinici.

Uno studio pubblicato su Nature Medicine nel 2025 ha valutato un test automatizzato per la p-tau217 in 1.767 persone con disturbo cognitivo lieve o demenza iniziale, esaminate in cinque centri di assistenza primaria e specialistica. Lo studio ha coinvolto realtà cliniche di Svezia, Spagna e Italia e ha utilizzato soglie stabilite in anticipo, un elemento metodologico importante perché riduce il rischio di adattare i risultati ai dati ottenuti. Il test ha mostrato un’elevata capacità di riconoscere la presenza della patologia di Alzheimer anche in condizioni più vicine alla pratica clinica ordinaria. 

Un ulteriore elemento di rilievo è l’automazione. Il biomarcatore può essere misurato attraverso piattaforme di laboratorio automatizzate, potenzialmente utilizzabili al di fuori dei pochi centri dotati di tecnologie estremamente specialistiche. La possibilità di ottenere misurazioni standardizzate e riproducibili è essenziale per trasformare un biomarcatore promettente in uno strumento realmente applicabile nella pratica sanitaria.

Il test individua la causa biologica, non misura direttamente la memoria

È importante distinguere due domande.

La prima è: sono presenti le alterazioni biologiche associate alla malattia di Alzheimer?

La seconda è: queste alterazioni spiegano i problemi cognitivi della persona e quanto incidono sul suo funzionamento quotidiano?

L’esame ematico può contribuire soprattutto a rispondere alla prima domanda. Non descrive, invece, il profilo cognitivo individuale e non stabilisce autonomamente quanto una persona sia compromessa nella memoria, nel linguaggio, nell’attenzione o nell’autonomia.

Una persona può presentare biomarcatori compatibili con l’Alzheimer e avere ancora prestazioni cognitive nella norma. Allo stesso modo, una persona con importanti difficoltà cognitive può avere un test negativo perché la causa dei suoi disturbi è differente. Inoltre, soprattutto nell’età avanzata, possono coesistere più patologie cerebrali, come alterazioni vascolari, corpi di Lewy e patologia di Alzheimer. Il dato biologico deve quindi essere integrato con la storia clinica, l’esame neurologico, la valutazione neuropsicologica e gli esami strumentali appropriati. 

Un test positivo equivale a una diagnosi?

Non necessariamente.

Il significato di un risultato positivo dipende dalla probabilità che la persona avesse la malattia già prima di effettuare il test. Questa probabilità è influenzata dall’età, dalla presenza di sintomi cognitivi, dal profilo neuropsicologico e dal contesto clinico.

In una persona con disturbi cognitivi documentati e un quadro compatibile con Alzheimer, un valore chiaramente positivo di p-tau217 può fornire un’informazione diagnostica molto rilevante. In una persona giovane, cognitivamente sana o priva di sintomi, lo stesso risultato deve essere interpretato con maggiore cautela.

Uno studio internazionale pubblicato su JAMA Neurology nel 2025 ha analizzato 2.916 persone cognitivamente sane appartenenti a 12 coorti. Utilizzata da sola, la p-tau217 ha raggiunto un’accuratezza complessiva dell’81% nell’identificare la positività alla beta-amiloide, con un valore predittivo positivo del 79%. Per superare il 90% di valore predittivo positivo è stato necessario confermare i risultati positivi attraverso PET amiloide o analisi del liquido cerebrospinale. Questo risultato mostra perché l’impiego del test nelle persone prive di sintomi non può essere considerato equivalente a quello nei pazienti con un disturbo cognitivo già documentato. 

Per chi potrebbe essere realmente utile?

Sulla base delle evidenze attuali, l’impiego più appropriato riguarda soprattutto le persone che presentano:

  • un disturbo cognitivo persistente;
  • un disturbo neurocognitivo lieve;
  • una demenza in fase iniziale;
  • un quadro clinico nel quale sia necessario distinguere l’Alzheimer da altre possibili cause;
  • la necessità di verificare la presenza di patologia amiloide prima di valutare trattamenti specifici.

Il test non dovrebbe invece essere utilizzato come controllo generico nella popolazione, come gli esami per il colesterolo o la glicemia. Nelle persone senza sintomi, un risultato positivo può indicare la presenza di alterazioni biologiche che potrebbero non produrre manifestazioni cliniche per molti anni o non determinare necessariamente una demenza nel corso della vita. Le evidenze e le raccomandazioni più recenti sostengono quindi un utilizzo principalmente clinico e specialistico nelle persone sintomatiche, non uno screening indiscriminato della popolazione sana. 

Anche i test molto accurati hanno dei limiti

La concentrazione dei biomarcatori nel sangue può essere influenzata da diversi fattori. La funzionalità renale, per esempio, può modificare i livelli di p-tau217. Anche fragilità, multimorbilità e alcune condizioni neurologiche devono essere considerate durante l’interpretazione del risultato, soprattutto nelle persone anziane. 

Uno studio del 2026 ha inoltre osservato che una storia di trauma cranico può ridurre l’accuratezza del rapporto p-tau217/beta-amiloide 42 nell’identificare la positività alla PET amiloide. Questo non rende inutile il test, ma conferma che la sua efficacia non è necessariamente identica in tutti i pazienti e in tutte le condizioni cliniche.

Esistono anche differenze tra i metodi di laboratorio. Due esami che misurano la p-tau217 attraverso piattaforme differenti non sono automaticamente intercambiabili. Ogni test deve essere interpretato utilizzando le soglie validate per quella specifica metodica e per la popolazione nella quale viene applicato. Parlare genericamente di “test del sangue per l’Alzheimer” rischia quindi di nascondere differenze importanti tra biomarcatori, tecnologie analitiche e criteri di interpretazione. 

Cosa può dirci il sangue sullo stadio della malattia?

La p-tau217 è particolarmente efficace nell’individuare la presenza della patologia amiloide. È però meno precisa quando si cerca di stabilire quanto sia avanzato l’accumulo cerebrale di tau in una persona già positiva all’amiloide.

Uno studio del 2026, replicato in due coorti indipendenti, ha mostrato che diversi test commerciali per la p-tau217 raggiungevano un’accuratezza compresa tra 0,85 e 0,91 nel riconoscere la positività amiloide. La loro capacità di differenziare gli stadi della patologia tau era invece più contenuta, con valori di accuratezza compresi tra 0,69 e 0,77. In altre parole, il test sembra rispondere meglio alla domanda “è presente la biologia dell’Alzheimer?” rispetto alla domanda “quanto è avanzata la malattia nel cervello?”. 

Per migliorare questa seconda valutazione, la ricerca sta studiando nuovi biomarcatori. Tra questi vi è la eMTBR-tau243, una forma di tau associata più direttamente alla presenza di grovigli neurofibrillari. Uno studio prospettico pubblicato su The Lancet Neurology nel 2026 ha suggerito che l’integrazione tra p-tau217 ed eMTBR-tau243 potrebbe aiutare non soltanto a riconoscere la patologia di Alzheimer, ma anche a stimarne meglio la rilevanza clinica e il rischio di progressione. Si tratta di risultati promettenti, ma ancora da trasferire su larga scala nella pratica ordinaria. 

In futuro potrebbe bastare una goccia di sangue?

Un ulteriore sviluppo riguarda l’analisi del sangue capillare, ottenuto attraverso una puntura sul polpastrello e raccolto su supporti essiccati. Nel progetto DROP-AD, pubblicato su Nature Medicine, la p-tau217 misurata su campioni essiccati ha mostrato una buona correlazione con quella rilevata nel plasma venoso e una buona capacità di prevedere la positività dei biomarcatori nel liquido cerebrospinale.

Lo studio ha incluso 337 partecipanti provenienti da sette centri e ha esplorato anche la possibilità di una raccolta non supervisionata. I risultati aprono prospettive interessanti per la ricerca e, in futuro, per contesti con accesso limitato ai laboratori. Gli stessi autori sottolineano tuttavia la necessità di perfezionare e standardizzare i protocolli prima di considerare questa modalità uno strumento clinico di routine. 

Quale ruolo rimane alla valutazione neuropsicologica?

L’avanzamento dei biomarcatori non riduce l’importanza della valutazione neuropsicologica. Al contrario, aumenta la necessità di integrare correttamente informazioni diverse.

Il biomarcatore può contribuire a identificare il processo biologico presente. La valutazione neuropsicologica permette invece di comprendere:

  • quali funzioni cognitive sono alterate;
  • quali capacità sono ancora conservate;
  • quanto le difficoltà incidono sulla vita quotidiana;
  • se il profilo è compatibile con una determinata condizione neurologica;
  • come programmare il monitoraggio e gli eventuali interventi di stimolazione o riabilitazione cognitiva.

La diagnosi contemporanea dell’Alzheimer si sta quindi spostando verso un modello integrato, nel quale dati biologici, funzionamento cognitivo e manifestazioni cliniche vengono interpretati insieme. Nessun singolo esame risponde da solo a tutte le domande rilevanti per la persona e per la sua famiglia.

In conclusione

Gli esami del sangue per la malattia di Alzheimer rappresentano uno dei progressi diagnostici più importanti degli ultimi anni. La p-tau217, in particolare, ha dimostrato in studi ampi e in meta-analisi una notevole capacità di identificare la patologia biologica della malattia.

Non siamo però di fronte a un test universale da utilizzare autonomamente o come screening nella popolazione sana. Il suo valore dipende dalla qualità della metodica, dal contesto clinico, dalla presenza di sintomi e dall’integrazione con la valutazione complessiva della persona.

La prospettiva più realistica non è quindi quella di un prelievo che sostituisce neurologi, geriatri e neuropsicologi. È quella di un nuovo strumento che, inserito correttamente nel percorso diagnostico, può ridurre l’incertezza, facilitare l’accesso agli approfondimenti e contribuire a riconoscere prima e con maggiore precisione la causa dei disturbi cognitivi.

 

Riferimenti scientifici principali

  1. Therriault J, Brum WS, Trudel L, et al. Blood phosphorylated tau for the diagnosis of Alzheimer’s disease: a systematic review and meta-analysis. The Lancet Neurology. 2025;24:740-752.
  2. Palmqvist S, et al. Plasma phospho-tau217 for Alzheimer’s disease diagnosis in primary and secondary care using a fully automated platform. Nature Medicine. 2025. 
  3. Ashton NJ, Brum WS, Di Molfetta G, et al. Diagnostic Accuracy of a Plasma Phosphorylated Tau 217 Immunoassay for Alzheimer Disease Pathology. JAMA Neurology. 2024;81:255-263. 
  4. Salvadó G, Janelidze S, Bali D, et al. Plasma Phosphorylated Tau 217 to Identify Preclinical Alzheimer Disease. JAMA Neurology. 2025;82:1122-1134. 
  5. Mattsson-Carlgren N, Palmqvist S, Horie K, et al. Integration of plasma eMTBR-tau243 and p-tau217 in the diagnosis and stratification of Alzheimer’s disease. The Lancet Neurology. 2026;25:357-367.